L’Italia della gente comune - Parte 3

«Che dite? Il politico che vi ho illustrato è pertinente ai punti elencati sulla lavagna? ...


L’Italia della gente comune - Parte 3

L’Italia della gente comune - Parte 3
«Che dite? Il politico che vi ho illustrato è pertinente ai punti elencati sulla lavagna? Li rispecchia?»
Nessuna risposta. I ragazzi avevano assunto delle strane facce imbambolate. Prima facevano di tutto tranne che ascoltare, ora stavano lì, in silenzio, con lo sguardo fisso nel vuoto. Significava ottusità? L’ottusità dell’ebete. Oppure intontimento? Come quando si legge un libro troppo elaborato e quindi poco comprensibile. Oppure ammirazione? Quando il libro è talmente bello da rimanere, per qualche attimo, in contemplazione per assorbire totalmente la storia.
Non capendo bene che cosa stesse succedendo, mi sono avvicinato alla finestra che affaccia sul cortile antistante alla scuola. In verità poco m’importava del cortile, il mio unico intento era quello di scoprire cosa avveniva, di nascosto, alle mie spalle.
Attraverso il riflesso del vetro, ho visto, distintamente, il ragazzo dai capelli rossi che, appoggiato alla lavagna, rivolto ai compagni, con un sorriso divertito, facendo un occhiolino, ha prima imitato la faccia imbambolata e poi, con il pollice alzato, ha fatto il segno di Okay.
Ecco cosa stava accadendo. Quei mascalzoni si stavano burlando di me. Erano tutti d’accordo a fingere immenso interesse solo per prendermi in giro.
Mi sono voltato e il ragazzo dai capelli rossi aveva di nuovo l’espressione diligente dell’aiuto supplente.
Il mio sfogo politico e sociale assomigliava terribilmente a una predica e si sa come i ragazzi detestino qualsiasi genere di predica, anche la più giusta, la più sacrosanta, la più motivata. In ogni caso non potevo consentire quegli atteggiamenti irrisori nei miei confronti.
Teso come una corda di violino, ho ripreso il racconto.

L’ex dipendente pareva ascoltare distaccata, senza dissentire, di tanto in tanto portava il bicchiere alle labbra che però nervosamente mordicchiava. Col tempo aveva imparato ad assumere un atteggiamento quasi indifferente e nulla o quasi la meravigliava più. A un tratto però, inaspettatamente, non controllando più l’irritazione, sbottò, e, con disprezzo e fermezza, interruppe il politico: «Lei, con il suo comportamento, ha permesso a parole come deficit e spread di entrare come veleno nelle nostre esistenze. Considerava il problema del debito pubblico quando distribuiva ai suoi amici inutili posti di lavoro e finanziamenti pubblici a pioggia? Oppure, con miopia, pensava che tanto ciò riguardasse solo la prossima generazione? In tutti questi anni, voi politici, avete sperperato i nostri beni e quelli dei nostri figli e solo dopo che l’Europa vi ha messo dei paletti e dettato delle condizioni allora siete intervenuti ma, anziché eliminare gli sprechi e i privilegi, siete stati capaci solo di aumentare le tasse, innescando e aggravando la crisi. Con meno soldi in tasca, gli italiani spendono meno e le imprese, vendendo meno, sono costrette a mettere in cassa integrazione i dipendenti, oppure a chiudere, aumentando la disoccupazione e la povertà. La disoccupazione giovanile ha raggiunto dei livelli da record anche perché in passato avete mandato in pensione gente a quarant’anni e adesso, per compensare e ripianare i conti, siete stati obbligati a portare l’età pensionabile a sessantasette anni. Così i vecchi, che una volta si vedevano seduti sulle panchine a leggere il giornale, ora stanno in fabbrica a lavorare mentre i giovani gironzolano nei giardinetti nullafacenti. Quando prendevate certe decisioni, pensavate alle conseguenze? Vi rendevate conto dello stato delle cose?
Purtroppo questi problemi riguardano solo la gente comune e finché starete con il culo caldo non li potrete mai capire appieno. Un disagio può essere affrontato e risolto solo se conosciuto e vissuto in prima persona. Chi utilizza treni ad alta velocità, seduto comodamente in poltrone di scompartimenti puliti e con aria condizionata, non potrà mai comprendere il fastidio dei pendolari ammassati come bestie nei vagoni, sporchi e insufficienti, di treni che viaggiano, di solito, in ritardo.
Incolonnata sul GRA, mentre affrontavo l’ennesima odissea quotidiana di traffico, vi vedevo passare in auto blu, in corsia di emergenza, mentre un uomo della scorta sventolava la paletta dal finestrino. Sorpassavate tutti con indifferenza e pieni di boria senza neanche immaginare il fastidio di rimanere bloccati.
Ebbene sì, sole, mare e pizza. Avevamo una nazione meravigliosa ma dei delinquenti, sciacalli e corrotti, ci hanno tolto tutto, lasciandoci un paese malato e indebitato, sporco e inquinato. Inquinamento, rifiuti, degrado, sporcizia hanno devastato ampie zone dell’Italia che sono diventate la pattumiera dell’Europa con discariche abusive di veleni industriali di ogni sorta. Il tasso di mortalità tumorale accresciuto, i morti, che ogni giorno sono pianti dai loro cari, sono vittime di uno Stato colpevole di non aver saputo fronteggiare l’inquinamento e l’illegalità.»
Posò sul tavolo il bicchiere che fino a un attimo prima, presa dall’eccitazione, aveva agitato e si zittì.
Avrebbe voluto continuare. Parlare dell’errore e colpa degli italiani di aver sempre votato per interesse, preferendo, alla figura del buon padre di famiglia, le figure degli imbonitori che promettevano di tutto. Oppure della filosofia “mangia e fai mangiare” alla base dell’immenso sistema clientelare che ha alimentato la macchina del consenso e spolpato fino all’osso l’Italia. Ma le sue erano solo parole al vento di una persona qualunque e quindi, sorridendo amaramente, si alzò e se ne andò, senza neanche salutare.

Finito di parlare mi sono avvicinato al ragazzo dai capelli rossi, l’ho guardato negli occhi vispi e allegri, di colore verde come il mare in tempesta e gli ho detto: «Ti ho raccontato questa storia col desiderio che potesse essere compresa. Ho fatto un tentativo. Come quello di un naufrago che butta nell’oceano il suo messaggio di aiuto, chiuso in una bottiglia, con la speranza remota che un giorno possa essere letto. La mia speranza era quella di lasciare un segno. Speranza sprecata giacché anche le mie sono state solo parole al vento, di una persona qualunque.» Gli ho fatto un sorrisetto, un occhiolino, la faccia imbambolata e il pollice alzato in segno di Okay. Poi mi sono voltato verso la classe e ho atteso. Loro hanno mantenuto le facce seriose e incantate ancora per un po’, infine, non riuscendo più a trattenersi, sono scoppiati in schiamazzi e risate.
Con tono ironico, ho commentato: «Bravi, questo è sicuramente un modo nuovo, creativo e intelligente, per prendersi gioco del professore però, perdonatemi la franchezza, ancora non ci siamo.» Ho indicato il ragazzo al mio fianco: «Il problema è lui. Ha i capelli troppo appariscenti, attirano l’attenzione più delle maglie della nazionale olandese di ciclismo. Se il turbante lo rifiuta, dategli almeno un cappello, oppure fategli una tintura.»
Altre risate.
Ho notato che il ragazzo, nervosamente, stava battendo il tacco della scarpa contro la parete della lavagna e che, con forza, stringeva il gessetto nel pugno. Era chiaro che non gli piaceva essere canzonato da un supplente. Alla fine, è sbottato: «Vabbè, la tintura, il naufrago, il messaggio nella bottiglia, la speranza, ma come finisce questa storia?»
Gli occhi non mentono e da come mi guardava, di sottecchi, con quel risolino di sfida, ho intuito che, in realtà, del racconto non gli importava proprio nulla. Voleva solo mettermi in difficoltà. Non poteva tollerare che un supplente gli rubasse la scena, proprio a lui che nelle ore dei supplenti era il protagonista indiscusso. Sta di fatto che pensavo di aver terminato e invece, ora, dovevo trovare una fine diversa al racconto.

L’ex politico si accese una sigaretta. Le parole dell’ex dipendente gli erano scivolate addosso senza lasciare traccia, senza scalfire la sua coscienza. Ormai ci aveva fatto l’abitudine. Considerava l’accaduto uno sfogo d’invidia, la sparata dei soliti rosiconi che volevano sminuire, nonostante l’evidenza, il suo successo. Del resto il mondo era pieno di persone rose dall’invidia.
L’Italia, per lui, come aveva sostenuto con convinzione, si dimostrò effettivamente il miglior posto dove vivere. Addirittura nel 2014 divenne il primo Paese in Europa per corruzione, superando la Bulgaria e la Grecia. In un ambiente del genere poté continuare a mettere a frutto, nel miglior modo, il suo potere e le sue influenti conoscenze e così ottenne importanti incarichi dirigenziali e diventò ancora più ricco di quello che già era.
L’imprenditore bevve tutto di un fiato l’ultimo sorso di alcool e, senza fretta, salutò l’ex politico, stringendogli calorosamente la mano. Andò via, deciso, senza voltarsi, come fece due anni prima quando lasciò l’Italia.
Qualche giorno dopo notò un trafiletto su un giornale italiano: “... non riusciva a incassare i crediti e a far fronte alle tasse da pagare... era ossessionato dai debiti che aveva accumulato e dal pensiero di non riuscire a onorarli... in un momento di sconforto, dopo il fallimento della sua azienda, non ce l’ha fatta più...”.
Era la notizia del suicidio di un suo caro amico imprenditore. Anche per questo non si pentì mai di aver lasciato il suo paese e alla fine si adattò perfettamente alla nuova vita da emigrato.
L’ex dipendente, dopo la scenata, per l’agitazione, non riusciva a controllare il passo e svoltò veloce l’angolo. La tensione repressa trasformò il suo sorriso amaro in un pianto. Quell’arrabbiatura era il sintomo che nel profondo del cuore amava ancora l’Italia e l’aveva lasciata a malincuore, solo perché faceva fatica ad arrivare alla fine del mese. Qualche tempo dopo, i fatti dimostrarono che aveva avuto la grande capacità e fortuna di aver fatto la cosa giusta nel momento migliore. Difatti, da lì a poco, i prezzi delle case calarono e tanti altri italiani imitarono la sua scelta.

«E così tutti e tre vissero per sempre felici e contenti.»
Ho terminato la storia come se fosse una favola, sebbene la mia visione della realtà aveva poco di lieto fine.

G. D’Angelo





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