8 Marzo, il giorno della festa delle donne

Di colpo, mi sono ricordato che quel giorno era l’8 marzo. Ho pensato: “Può succedere a tu...


8 Marzo, il giorno della festa delle donne

8 Marzo, il giorno della festa delle donne
Di colpo, mi sono ricordato che quel giorno era l’8 marzo. Ho pensato: “Può succedere a tutti di scordare alcune cose. È normale, però da un po’ di tempo le mie dimenticanze stanno diventando troppo frequenti.”
Rivolto alle ragazze, ho detto: «Auguri a tutte, oggi è la vostra festa, giusto?»
Il ragazzo dai capelli rossi non si è lasciato sfuggire l’occasione: «Ah, alla buon’ora! Meglio tardi che mai. Finalmente se n’è accorto pure lei che qui ci sono delle donne.»
La figlia del professore di educazione fisica, soffiando su una ciocca di capelli che si ostinava a ricaderle immancabilmente sugli occhi, ha detto: «Professore, altro che festa della donna, vorrei rinascere uomo.»
Ho detto: «Non sei la prima donna che lo dice, ma la tua affermazione non è condivisibile. Ci pensi che perdita sarebbe un mondo senza donne? Specialmente per noi uomini.»
Ferdinando ha confermato a modo suo: «Parole sante. Anfatti poi chi ce laverebbe le mutande, chi ce stirerebbe i pantaloni e ce farebbe da magnà?»
Ho fatto un profondo sospiro e ho cercato di riportare la conversazione sulla giusta rotta, su questioni meno maschiliste: «Guarda che le donne sono uniche e insostituibili non perché fanno da magnà ma bensì perché ci riempiono la vita con valori fondamentali come amore, tenerezza, affetto e calore.»
Si è messo a ridere: «Tutti boni a dì tenerezza e affetto. Ma de che, casomai ci riempiono de chiacchiere. Er problema è che le donne ci fanno ‘na capa tanta! E DÙ PALLE COSÍ.»
Curioso, gli ho chiesto: «Non ti è mai capitato d’incontrare una donna che ti ha ispirato dei vivi pensieri e ti ha reso futile e noioso tutto ciò che prima ritenevi importante ed essenziale?»
«Ahò... lassa perdere. Meglio la maggica Roma.»
Ho insistito: «Una donna che ti ha migliorato, che ti ha trasformato in quello che non avresti mai pensato di essere?»
«Professò, mo si che ciai ragione. Grazie alle donne che fanno i fatti di casa, spaparacchiato sur divano col Corriere dello sport me so proprio acculturato.»
«Una donna che ti ha spinto a realizzare delle imprese incredibili, ad accettare delle sfide altrimenti inimmaginabili, impensabili?»
È scoppiato a ridere e battendo la mano sul banco, incontenibile e allegro, ha detto: «Imprese incredibili? Bravo professò! Ciai preso! Addirittura ieri ho portato i carzettini nel cesto dei panni zozzi... a mi madre gliè preso quasi un colpo!»
Sentendolo parlare così, incurante di chi gli stava intorno, sorridente e pronto alla battuta, ho desistito a cambiargli posto. Non pareva per nulla sconfortato e frustrato dall’essere stato emarginato dal gruppo, anzi non mostrava alcuna intenzione a omologarsi, a tradire ciò che egli era. Sembrava che la sua gioia di vivere gli permetteva di affrontare qualsiasi difficoltà, anche quelle causate dal suo essere diverso dagli altri. Ho detto: «Oh, guarda che nella storia ci sono mille esempi di uomini celebri che, dietro di loro, hanno avuto sempre una donna.»
E anche su questo ha avuto la battuta pronta: «’Na donna? Casomai tante donne.»
La sua simpatia gli consentiva di dire qualsiasi cosa e ha contagiato anche me. Mi sono sforzato per terminare serio e, rivolgendomi alle ragazze, ho detto: «Non badate a quello che dice, sono sicuro che anche per lui, voi donne, siete come una cometa, una luce abbagliante, che guida fra gli ostacoli. Vero Ferdinando?»
«Professò! La luce abbagliante? Ma de che stamo a parlà?»
Dalla borsa poggiata sulla cattedra, ho tirato fuori un libricino, una raccolta di poesie che avevo scritto quando ero ventenne: «E ora il vostro compagno lo dimostrerà leggendovi dei versi.»
Il ragazzo dai capelli rossi che fino ad allora era stato tranquillo, seduto al suo posto, di colpo, a bocca aperta per la sorpresa, è scattato in piedi e non credendo ai suoi occhi, ha indicato il libro che avevo in mano. Con le braccia e gli occhi rivolti al cielo, come se avesse assistito ad un miracolo, ha esclamato stupefatto: «Non ci posso credere! Ha tirato fuori le poesie. Non ci posso credere! Questo è uno scoop, la realtà ha superato la fantasia. Avevo ragione o torto a chiamarlo Leo?»
Poi, felice come una Pasqua, ha iniziato ad applaudirsi, a battere le mani, imitato e seguito a ruota dagli altri. Accompagnato dallo scroscio di applausi e acclamazioni, per ringraziare, è salito in piedi sulla sedia e si è inchinato, poi dall’alto ha urlato: «Io sono un genio! Guardatemi tutti: ecco un genio. Solo un genio avrebbe potuto intuire tutto questo e chiamarlo Leo, come il grande poeta italiano.»
Ignorandolo, ho aperto il libricino, ho cercato una pagina e l’ho allungato a Ferdinando.
Ferdinando ha cominciato a borbottare: «E vabbè l’8 Marzo, la festa della donna, ‘na poesia, ‘na mimosa… ahò ma da domani e per il resto dell’anno, deve tornà tutto come prima!»
Cercando di imitare l’accento romanesco del ragazzo, ho detto: «A Nando leggi un po’ qua.»
Ferdinando ha sbirciato velocemente lo scritto e poi, scuotendo la testa, ha detto: «Professò è troppo. Non ce la posso fa.»
A quel punto è intervenuto Acanfora che si è preso il libricino. Ha dato un’occhiata curiosa e poi, con compostezza e senza chiedere il permesso, ha iniziato a leggere lanciando, di tanto in tanto, delle occhiate furtive nella direzione della figlia del professore di educazione fisica.

Tu sei come la luna, bella come nessuna.

Sei bella riflessa sul mare
la tua luce affascina,
rapisce,
guida fra gli ostacoli.
Le tue forme attraggono,
seducono,
ispirano vivi pensieri.
Luna sei bella riflessa sul mare
ma del riflesso ti ho denudata
e avvinto ho scoperto
che la bellezza è in te
nella tua anima.


Finito di leggere, mi ha restituito il libro.
Ferdinando che aveva assistito alla scena a bocca aperta: «A Professò che gliè toccato fa. E tutto pè sta maledetta festa delle donne.»
Poi, indicandomi, con tono canzonatorio, ha detto: «Non ce se po’ crede! Abbiamo un supplente che oltre che laziale è pure poeta.»
Quell’affermazione, fatta da uno studente che diceva sempre quello che pensava e che, per giunta, era pure romanista, non poteva essere un complimento e infatti, ridendo più forte che mai, ha subito aggiunto: «Peggio de così se more.»
Ha iniziato a ridere di gusto, a bocca aperta, curvandosi all’indietro contro lo schienale di plastica della sedia che, sotto il suo peso, si è inarcato pericolosamente. Stava ridendo di me, di un laziale un po’ stagionato con ancora un libro di poesie tra le mani, ma rideva anche degli amici. Guardava Acanfora che, nonostante gli strattoni dei compagni, continuava a scoccare veloci occhiate verso le gambe e la spalla scoperta della figlia del professore di educazione fisica e rideva. Indicava lo sguardo compiaciuto della ragazza mentre accavallava le gambe e rideva. Infine rideva pure di se stesso, del suo essere grosso e grasso.
La sua risata si è propagata nella classe come quando un sasso cade in uno stagno, ad onde concentriche che si allargano sempre di più e come un virus ha contagiato anche gli altri. Ho visto Tonino con le lacrime agli occhi e il ragazzo dai capelli rossi che, per il troppo ridere, stava sdraiato addosso a un compagno.
Ridevano tutti e improvvisamente la risata ha attaccato pure me. Ho cercato di resistere, li ho guardati severamente, ho ritratto le labbra tra i denti, ma uno sbuffo di risata mi è sfuggito dal naso. Allora ho cercato di ricompormi con una smorfia del viso, mi sono morso le labbra, mi sono premuto la mano sulla bocca, ma inutilmente, poiché, inarrestabile, la risata è partita, dapprima adagio per poi gonfiarsi sempre e sempre di più.
Piegato in due, con le lacrime dagli occhi, ho cominciato a ridere talmente tanto che mi sono tolto il fazzoletto di tasca per soffiarmi il naso e asciugare le lacrime.
Ridevo delle battute di Ferdinando ma anche di tutto il resto. Ridevo della precarietà, della crisi economica e dei problemi. Ridevo delle cose che mi ferivano per cercare di mantenere l’equilibrio, soltanto per impedire che la vita, ora che si era tinta di un colore grigio, mi rendesse pazzo, pazzo furioso.

G. D'Angelo




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