La grande bellezza del film C’era una volta in America di Sergio Leone

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La grande bellezza del film C’era una volta in America di Sergio Leone

La grande bellezza del film <i>C’era una volta in America</i> di Sergio Leone
Un uomo scende dal treno e si guarda intorno. La stazione è cambiata, non sembra la stessa da cui era fuggito trentacinque anni prima, nel 1933.
Nel 1933, dei sicari, per ucciderlo, fecero irruzione nella fumeria d’oppio dove si era recato per soffocare i sensi di colpa e per dimenticare la scena cui aveva assistito… un camion bruciato, delle casse di whisky a terra e i cadaveri dei suoi tre amici Patsy, Cockeye e Max, quest’ultimo completamente carbonizzato.
Quel giorno, fortunosamente, riuscì a sgattaiolare da un’uscita secondaria, ma prima di prendere il primo treno e sparire per sempre si recò ad aprire una cassetta di sicurezza. All’interno c’era una valigia che doveva contenere molti dollari e invece la trovò piena di cartastraccia.
Spiazzato, amareggiato e rassegnato infine era partito, facendo perdere le sue tracce per ben trentacinque anni.

L’uomo sceso dal treno si chiama Noodles e questa è la sua storia, una storia fatta di amore, ambizione, egoismo, tradimenti e delusioni.

Noodles trovò la New York del 1968 molto cambiata. Il quartiere dove aveva vissuto la sua giovinezza non esisteva più, era stato sostituito da alti grattacieli. Gli amici stretti non c’erano più, così come la sua famiglia. L’intera città aveva un aspetto ostile ed estraneo.
Cercò di pensare a persone o parti della città che avrebbe voluto rivedere ma non gliene venne in mente nessuna e così andò nell’unico posto familiare che gli era rimasto, il bar di un suo amico d’infanzia, il bar di Fat Moe.
Fat Moe, nel vederlo, lo abbracciò: «Noodles, cos’hai fatto in tutti questi anni?»
La sua risposta fu: «Sono andato a letto presto.»

È sorprendente come, con queste poche parole, sia riuscito a descrivere così bene una vita segnata e sciupata dal rimorso e a dare l’idea di come i suoi anni siano stati sprecati.

Noodles spiegò a Fat Moe il motivo che l’aveva fatto tornare. Una misteriosa lettera del rabbino della sinagoga lo invitava a presentarsi per spostare in un altro cimitero i corpi dei suoi amici. Però, parlandogli, aveva scoperto che in realtà il rabbino non gli aveva inviato alcuna lettera e che i corpi di Patsy, Cockeye e Max erano già stati sistemati, ormai da mesi, nel miglior cimitero della città da un ignoto benefattore.
«E questo che significa?» chiese Fat Moe.
«Significa: caro Noodles, anche se ti sei nascosto nel buco del culo del mondo, eccoci, ti abbiamo trovato. Significa: preparati.»
«A che?»
«Questo non l’hanno scritto.»

Immaginatevi Noodles che si guarda intorno. Il locale è segnato dagli anni e il tempo dimostra tutta la sua potenza. Sulle pareti ci sono delle fotografie in bianco e nero. Sono rimaste le stesse e trasudano nostalgia. Lo sguardo di Noodles indugia su una in particolare, quella dove c’è Deborah, la sorella di Fat Moe.

Fat Moe, cogliendo lo sguardo dell’amico, gli disse che Deborah era diventata un’artista affermata.
Lui non ne fu sorpreso: «I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di te?»
«Io avrei puntato tutto su di te».
«E avresti perso» fu l’amara riflessione di Noodles.

Più tardi il nostro protagonista si ritrova a vagare per il locale dell’amico. Nel bagno trova lo stesso buco da cui, da ragazzo, spiava Deborah. Dopo tanti anni mette l’occhio nella fessura e qualcosa avviene dall’altra parte del muro, oltre il piccolo foro, o meglio, dall’altra parte del tempo, perché il meccanismo associativo della memoria lo riporta alla sua adolescenza, quando, dalla feritoia, contemplava Deborah danzare sensuale e perfetta.

Quel giorno la ragazza lo scoprì e si trovò nella situazione ideale per dichiararle il suo amore ma, proprio in quel momento, Max lo chiamò dalla strada.
Dovete sapere che Max e Noodles insieme a Patsy, Cockeye e Dominic, avevano creato una baby gang che era andata in contrasto con quella egemone di Bugsy, un piccolo boss locale. E così quando Noodles, a malincuore, uscì dal locale di Deborah, con l’intenzione di mandar via Max, i due furono aggrediti da Bugsy e i suoi scagnozzi. Picchiato a sangue, cercò rifugio presso il bar di Deborah, ma la ragazza, consapevole della sua indole da ragazzo di strada, in netto contrasto con i suoi sogni, non aprì la porta e lo abbandonò al suo destino.
Nonostante il pestaggio, i ragazzi continuarono le loro attività malavitose. Gli affari andavano talmente bene che Max decise di creare un fondo comune: la metà dei loro guadagni sarebbe stata depositata in una valigia custodita all’interno di una cassetta di sicurezza.

Oh, avete capito che la valigia di cui sto parlando è la stessa che Noodles aprì prima di scappare?

Qualche tempo dopo Bugsy, furioso per i continui successi della banda rivale, vedendo a rischio la sua supremazia, tentò un’imboscata e a farne le spese fu Dominic che colpito da un colpo di pistola, a terra, ormai morente, pronunciò le sue ultime parole fra le braccia dell’amico: «Noodles, sono inciampato.»
Noodles, furente, lo vendicò accoltellando più volte Bugsy, prima di essere bloccato e arrestato dai poliziotti e finire in prigione, condannato a dieci lunghi anni.

Fate attenzione perché in questa storia il tempo, fra sprazzi di nostalgia, malinconia e oblio, va indietro nella memoria attraverso flashback e poi torna in avanti.

La mattina seguente Noodles si svegliò presto per recarsi al cimitero. Un vento gelido e umido aveva dissolto la nebbia ma sottili nuvole bianche correvano alte e velavano il sole. Superò, infreddolito, le maestose statue di due angeli addolorati e si addentrò nella parte più alta del cimitero dove si formavano delle file di cappelle. Passò fra lapidi di marmo nero e edifici decorati fino a giungere alla più lussuosa delle cappelle, il mausoleo che il misterioso benefattore aveva costruito per accogliere i corpi dei suoi amici.
Oppresso da un profondo dolore, baciò e accarezzò con un gesto leggero della mano le teche di vetro contenenti i volti giovani dei suoi amici defunti, mancati prima del tempo. Il cuore gli sussultò e cominciò a palpitare di pena per quelle vite prematuramente spezzate, per gli affetti rimasti incompiuti e i sogni infranti.
Per creare un po’ di penombra, socchiuse la porta e l’attenzione gli cadde su una targa situata proprio dietro l’ingresso della cappella. Riportava l’epitaffio che l’ignoto benefattore aveva lasciato. Stranamente l’epitaffio recava la sua firma, come se il benefattore fosse stato proprio lui. Capì che qualcuno aveva voluto lasciargli un messaggio e, infatti, guardando meglio, notò che dalla targa pendeva una chiave.
Intuì immediatamente l’uso del piccolo oggetto metallico e infatti, più tardi, nel pomeriggio, si recò alla stazione ferroviaria e, come si aspettava, la chiave aprì la cassetta di sicurezza, la stessa di trentacinque anni prima. Questa volta la valigia non conteneva cartastraccia, bensì soldi, e su una delle fascette di banconote c’era scritto: “Pagamento anticipato per il prossimo lavoro”.

Non distraetevi perché ora torniamo negli anni trenta.

Dopo dieci anni di lunga detenzione, Noodles, finalmente, uscì dal carcere. Fuori trovò Max ad attenderlo. L’amico lo portò nel locale di Fat Moe, un bar in cui si poteva bere alcol nonostante il proibizionismo e dove aveva organizzato una festa in suo onore. Tra gli invitati, oltre agli amici, c’era Deborah, ormai donna. Noodles avrebbe voluto rimanere con lei per raccontarle di come l’aveva desiderata tutte le sere e di come, in prigione, nei momenti più disperati, riusciva a superare tutto solo pensando a lei, ma Max, impaziente di aggiornarlo sugli affari della banda, lo portò nel suo ufficio dove lo informò che, a differenza di prima, la banda aveva ingrandito le proprie attività e non lavorava solo in modo autonomo, ma occasionalmente eseguiva dei grossi colpi su commissione di boss molto potenti.
Max voleva garantirsi la protezione dei boss, così il primo colpo cui partecipò anche Noodles era su commissione del potente boss Frankie Monaldi e del suo amico Joe.
Il colpo andò bene e fu rubata una preziosa partita di diamanti ma, all’atto della consegna, Joe fu freddato dai suoi amici: Frankie Monaldi si era messo d’accordo con Max per eliminare Joe.
Noodles, all’oscuro dell’accordo, andò su tutte le furie e rimproverò l’amico di non averlo avvertito: «Oggi hanno chiesto a te di far fuori Joe, domani chiederanno a me di far fuori te. Se questo sta bene a te, a me non sta bene.»

Questo episodio segnò la prima frattura tra i due che si accentuerà sempre più col passare del tempo. Mentre Noodles voleva preservare l’unità della banda attraverso la sua indipendenza, Max era sempre più ambizioso e affamato di potere e voleva allargarsi affiliandosi ai boss più potenti.
Ma torniamo al 1968 e precisamente a Noodles che sente in televisione la notizia di un certo senatore Bailey miracolosamente scampato a un attentato. Il politico era coinvolto e doveva testimoniare in un importante processo di corruzione. Due testimoni dello stesso processo erano già stati assassinati.
Fate attenzione a questo senatore Bailey perché diventerà fondamentale nella nostra storia.

Nel 1932, nel legame tra politica, malavita e lotte sindacali, gli affari andavano sempre meglio. Max era sempre più avido e avrebbe voluto saldare rapporti anche con i potenti politici, quindi, cercò di convincere l’amico: «Tu te la porterai dietro per tutta la vita la puzza della strada.»
Ma Noodles non era d’accordo: «A me piace da matti la puzza della strada, mi si aprono i polmoni quando la sento.»

Per Max, Noodles stava diventando una zavorra alla sua smania ossessionante di successo e di potere.

Il giorno 5 dicembre 1933 veniva sancita ufficialmente la fine del Proibizionismo. Con questo provvedimento gli introiti della banda erano destinati a diminuire drasticamente e così Max confidò a Noodles di volere fare il colpo della vita: una rapina alla Federal Reserve.
La rapina prospettata era talmente impossibile da ritenersi un vero e proprio suicidio, allora, Noodles si convinse che l’unico modo per fermare Max dal suo intento e da una morte certa era quello di autodenunciarsi, fare arrestare se stesso e gli altri della banda.
L’occasione si presentò con l’ultimo trasporto di contrabbando. Così mentre Max diceva a Patsy e Cockeye: «Facciamo un brindisi alla nostra ultima gita! Sul camion di stanotte non c’è solo whisky: ci sono dieci anni di vita, che è valsa la pena di vivere.»
Noodles avvisava la polizia con una telefonata anonima.
Poco prima di partire, senza un motivo apparente, Max colpì alla testa Noodles facendolo svenire.
Il trasporto dell’ultimo carico di whisky, prima della fine del proibizionismo, avvenne quindi senza Noodles e terminò tragicamente: al blitz della polizia seguì una sparatoria nella quale Max, Patsy e Cockeye furono uccisi.

Quando Noodles sopraggiunse trovò un camion bruciato, delle casse di whisky a terra e i cadaveri di Patsy, Cockeye e irriconoscibile, completamente carbonizzato, quello di Max. Era la scena che segnò un drastico cambiamento nella sua vita. Era la scena che aveva negli occhi quando, confuso, cercava di soffocare i sensi di colpa nella fumeria d’oppio. Ma ora ritorniamo al 1968.

Noodles ricevette uno strano invito a un party organizzato dal senatore Bailey. Nel frattempo aveva scoperto che Deborah era la madrina di una fondazione istituita da Bailey.
Fat Moe cercò di convincerlo: «Prendi quei soldi e vattene! Cosa ti tiene ancora qui?»
Ma Noodles aveva bisogno di trovare risposte e voleva chiudere i conti con il passato, un passato ancora denso di mistero e di domande insolute.

Troppe cose non gli tornavano: la cassetta di sicurezza in stazione trovata piena di cartastraccia, i corpi dei suoi amici sistemati nel miglior cimitero della città, la cassetta di sicurezza ritrovata trentacinque anni dopo piena di soldi, Deborah che conosceva il senatore Bailey e infine il ricordo sbiadito e confuso del cadavere di Max, completamente carbonizzato.

Prima di recarsi al party, andò nel teatro dove recitava Deborah. L’accoglienza non fu delle migliori.
In camerino, la trovò turbata e molto reticente. Non sembrava contenta di vederlo. Non si era mai sposata ma era la compagna del senatore Bailey, il finanziere che a breve doveva testimoniare nel processo che avrebbe messo nei guai molte persone importanti e potenti. In quel momento qualcuno bussò alla porta.

Immaginatevi la scena. Deborah che si agita e Noodles che va verso la porta per vedere chi fosse.

Deborah tentò di fermarlo: «Ci rimangono solo dei bei ricordi. Se aprirai quella porta, nemmeno quelli ti rimarranno.»

Ed ecco il colpo di scena.

Fuori dal camerino c’era David, il figlio del senatore Bailey, che somigliava in modo impressionante a Max da ragazzo.
Noodles, vedendolo, ebbe la conferma che il suo vecchio amico, creduto morto, era in realtà il senatore.
Nonostante le suppliche di Deborah a strappare l’invito, di andar via per sempre e di dimenticare tutto per non soffrire ulteriormente, Noodles, quella sera, si recò alla festa del senatore.
Il senatore Bailey lo accolse nel suo ufficio.
Ricattato dagli stessi politici con cui un tempo si era alleato tradendo gli amici, si considerava ormai un uomo morto e, in preda ai rimorsi, chiese a Noodles di ucciderlo: «Ho rubato la tua vita e l’ho vissuta al tuo posto. Ti ho preso tutto. Ho preso i tuoi soldi, la tua donna, ti ho lasciato solo trentacinque anni di rimorso per la mia morte. Rimorso sprecato.» Tirò fuori dal cassetto una pistola e la poggiò sulla scrivania, quindi aggiunse: «Sono le 10 e 25 e io non ho più niente da perdere. Un amico tradito non ha scelta, deve sparare.»
Noodles fissò pensoso, per qualche secondo, la pistola e poi alzando lo sguardo, disse: «Vede senatore... anch’io ho una storia, molto più semplice della sua. Molti anni fa avevo un amico, un caro amico, lo denunciai per salvargli la vita e invece fu ucciso. Era una grande amicizia. Andò male a lui e andò male anche a me.»
«È il tuo modo di vendicarti?»
«No. È solo il mio modo di vedere le cose.»

Per Noodles, Max era morto trentacinque anni prima.

Prima di andare via, si guardò intorno e ammirando l’ufficio del senatore, lussuosamente arredato, aggiunse: «Spero che la sua inchiesta si risolva in nulla. Sarebbe un peccato che tutto questo ben di Dio e tutto il lavoro della sua vita andasse sprecato.»
Uscito, appena fuori dalla villa, fu spaventato dall’accensione improvvisa del motore di un camion tritarifiuti. Perplesso, guardò l’autocarro allontanarsi, mentre un corteo di auto, con dei giovani festanti, sopraggiungeva. L’allegria giovanile, piena buoni propositi e speranze, rimpiazzava un vecchio logorato e corrotto che ormai aveva finito i domani.

Il film termina con l’immagine di Noodles steso sul letto della fumeria d’oppio. Inebriato dalla droga, cerca di dimenticare. E sorride. Un sorriso amaro e pacifico di chi vive e paga per essere giusto. Un sorriso eterno che, come fermo immagine, chiude la storia e il film.


G. D’Angelo




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