Tic Tac e il tempo inesorabile scorre via. Ignaro un giovane dorme sonni tranquilli. Non ha compreso il monito di Dino Buzzati ne "Il deserto dei tartari"

Breve o lunga com’è la vita?
Da bambino avrei detto lunga, le giornate erano interminabili e il tempo non passava mai.
Ora, da adulto, ho cambiato idea, ho scoperto che più s'invecchia e più il tempo passa in fretta, man mano, inesorabilmente, gli anni si accorciano.
La vita che inizialmente sembrava eterna, eccola che, è diventata così breve che anche la più longeva è corta quando finisce.
Quel tempo che passava lento quando ne avevo in abbondanza, ora che è passato, è passato in fretta.

Quante volte mi sono annoiato soprattutto in quell'età in cui pareva che la vita fosse senza fine?
Quante volte ho ingannato il tempo sperperando ore preziose o desiderando di essere altrove?
Ora rimpiango di averlo fatto. Dopo aver fatto di tutto per ammazzare il tempo mi accorgo che, purtroppo, è stato lui ad ammazzare me.

Trascorriamo giorni, mesi, anni in attesa di un evento che sconvolgerà la nostra esistenza e ci assicurerà una posizione di prestigio, senza preoccuparci che, intanto, il tempo sta passando e sta consumando sempre più precipitosamente la nostra vita.
Ma arriva un giorno in cui la giovinezza finisce e si comprende che è stata breve come un sogno e si scopre che nessuno ci potrà ridare indietro ciò che abbiamo sciupato.

Questa è anche la storia di Giovanni Drogo il protagonista del romanzo "Il deserto dei tartari" di Buzzati, magistrale rappresentazione di una vita vissuta come attesa e rinuncia.
Il protagonista appena ventenne prende servizio come ufficiale alla Fortezza Bastiani, avamposto isolato ai confini di un desolato deserto, un tempo regno dei mitici nemici, i Tartari:
"Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch'era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c'era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all'Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l'incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni a uno a uno, che sembrava non finissero mai..."

Sembra giunto per lui finalmente il momento di liberarsi della prevedibile e monotona esistenza condotta fino ad allora. Sta per cominciare la vera vita, piena di promesse, di soldi, di avventure. Eppure, nell'abbandonare la casa e la madre, il giovane avverte una punta di amarezza: lascia il mondo dell'infanzia in cui tutto è ancora possibile, in cui tutte le opzioni esistenziali sono ancora aperte e gli si spalanca dinnanzi la vita adulta fatta di responsabilità, di limiti e obblighi da rispettare.
Nella Fortezza, Drogo, insieme agli altri ufficiali, passa la vita scrutando la pianura sassosa, aspettando incessantemente l'inverosimile invasione nemica, l’arrivo dei nemici da Nord, l'evento straordinario che illumini e riscatti la sua esistenza, che possa finalmente dare un senso alla sua vita. Il tempo sembra non scorrere, le giornate si ripetono con ritmo sempre uguale:
"Ventidue mesi erano passati senza portare niente di nuovo e lui era rimasto fermo ad aspettare, come se la vita dovesse avere per lui una speciale indulgenza. Eppure ventidue mesi sono lunghi e possono succedere molte cose: c’è tempo perché si formino nuove famiglie, nascano bambini e incomincino anche a parlare, perché una grande casa sorga dove prima c’era soltanto prato, perché una bella donna invecchi e nessuno più la desideri, perché una malattia, anche delle più lunghe, si prepari (e intanto l’uomo continua a vivere spensierato), consumi lentamente il corpo, si ritiri per brevi parvenze di guarigione, riprenda più dal fondo, succhiando le ultime speranze, rimane ancora tempo perché il morto sia sepolto e dimenticato, perché il figlio sia di nuovo capace di ridere e alla sera conduca le ragazze nei viali, inconsapevole, lungo le cancellate del cimitero.
L’esistenza di Drogo invece si era come fermata.
La stessa giornata, con le identiche cose, si era ripetuta centinaia di volte senza fare un passo innanzi. Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli, scalini e le catene, ma su Drogo passava invano."

E’ un’attesa perenne e illogica, sospesa nel tempo, che contagia anche Drogo: arrivato con l’idea di andarsene subito, sente l’obbligo di restare, anche lui motivato da quella vana, grandiosa aspettativa d’uno scontro. L’invasione non avviene, gli anni intanto passano, la carriera di Drogo procede lenta, per esclusiva anzianità di servizio, mentre i vecchi amici, in città, hanno fatto strada, occupano posizioni importanti, lo hanno lasciato indietro nella corsa della vita. Giovanni aspetta ancora la sua ora, che non è ancora venuta. Trascorreranno quindici anni prima che egli inizi a rendersi conto che il tempo è passato, prima che riesca a individuare, a ritroso, perfino l’attimo esatto in cui la giovinezza gli è sfuggita di mano:
"In una bellissima mattina di settembre ancora una volta Drogo, il capitano Giovanni Drogo, risale a cavallo la rapida strada che dalla pianura mena alla Fortezza Bastiani. Ha avuto un mese di licenza ma dopo venti giorni già ne ritorna: la città gli è oramai diventata completamente estranea, i vecchi amici hanno fatto strada, occupano posizioni importanti e lo salutano frettolosamente come un ufficiale qualsiasi. Anche la sua casa, che pure Drogo continua ad amare, gli riempie l'animo, quando lui ci ritorna, di una pena difficile a dire. La casa è quasi ogni volta deserta, la stanza della mamma è vuota per sempre, i fratelli sono perennemente in giro, uno si è sposato e abita in una diversa città, un altro continua a viaggiare, nelle sale non ci sono più segni di vita familiare, le voci risuonano esageratamente, e aprire le finestre al sole non basta.
Così Drogo ancora una volta risale la valle della Fortezza e ha quindici anni da vivere in meno. Purtroppo egli non si sente gran che cambiato, il tempo è fuggito tanto velocemente che l'animo non è riuscito a invecchiare. E per quanto l’orgasmo oscuro delle ore che passano si faccia ogni giorno più grande. Drogo si ostina nella illusione che l'importante sia ancora da cominciare. Giovanni aspetta paziente la sua ora che non è mai venuta, non pensa che il futuro si è terribilmente accorciato, non è più come una volta quando il tempo avvenire gli poteva sembrare un periodo immenso, una ricchezza inesauribile che non si rischiava niente a sperperare.
Eppure un giorno si è accorto che da parecchio tempo non andava più a cavalcare sulla spianata dietro la Fortezza. Si è accorto anzi di non averne nessuna voglia e che negli ultimi mesi (chissà da quanto esattamente?) non faceva più le scale di corsa a due a due. Sciocchezze, ha pensato, fisicamente si sentiva sempre lo stesso, tutto stava a ricominciare, non c'era dubbio; una prova sarebbe stata ridicolmente superflua.
No, fisicamente Drogo non è peggiorato, se riprendesse a cavalcare e a correre su per le scale sarebbe benissimo capace, ma non è questo che importa. Il grave è che lui non ne sente più la voglia, che lui preferisce dopo colazione starsene a sonnecchiare al sole piuttosto che scorazzare su e giù per la spianata sassosa. E' questo che conta, solo questo registra gli anni passati.
Oh, se ci avesse pensato, la prima sera che fece le scale a un gradino per volta! Si sentiva un po' stanco, è vero, aveva un cerchio alla testa e nessun desiderio della solita partita a carte (anche in precedenza del resto aveva qualche volta rinunciato a salire le scale di corsa per via di malesseri occasionali). Non gli venne il più lontano dubbio che quella sera fosse molto triste per lui, che su quei gradini, in quell'ora precisa, terminasse la sua giovinezza, che il giorno dopo, per nessuna speciale ragione, non sarebbe più ritornato al vecchio sistema, e neppure dopodomani, né più tardi, né mai."

Realizza che la giovinezza se ne è andata senza che la sua ora sia mai venuta. Il tempo ormai stringe e molti cancelli si sono ormai irrimediabilmente chiusi alle sue spalle, le scelte compiute hanno bruciato molte possibili occasioni e resta il battito del tempo residuo a scandire avidamente la vita fino alla fine, fino all’estrema rinuncia.

Io, da ragazzo, a differenza dei miei coetanei che avevano abbandonato la lettura del romanzo "Il deserto dei tartari" dopo le prime pagine, seppur a stento, l'avevo portata a termine, convinto però che sarebbe stato meno faticoso percorrere a piedi il deserto menzionato nel titolo.
Non ne avevo fatto tesoro, non avevo colto, in quelle pagine, il valore del tempo e non avevo compreso, quindi, l’importanza di non farlo trascorrere inutilmente senza che nulla accada.

Dopo 30 anni ho sentito la necessità di scrivere una poesia.
Questa, a differenza di quelle della prima giovinezza, è dedicata al tempo.
Finalmente, ma sfortunatamente troppo tardi, ho compreso.


Caro tempo che fuggi via.

A fatica sento la tua eterna presenza,
il tuo battito a scandire la vita.
Il tuo passare è silenzioso e impalpabile,
eppure così diverso
ora che i solchi
di memoria e di rughe sul viso
sono più profondi.

Mi sorprende questa tua diversità.
I tuoi passi che sembravano talmente lenti
che quasi ti prendevo per mano per trascinarti
si sono inspiegabilmente affrettati
tanto che a stento ora ti vengo dietro e non ti fermi.

Non vedevo l’ora, impaziente,
che scorressi come la piena di un torrente.
Poi un giorno ho capito che mi hai ingannato
che senz’accorgermene sei sfilato,
che non perdona il tuo passare.
Lasci solo le tracce d’impronte
dove il passo non può tornare.



Le parti in piccolo, sono tratte dal romanzo "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati pubblicato nel 1940.

G. D’Angelo
Aprile 2014