L’Italia come il Titanic

Il capitano del Titanic ricevette un messaggio che segnalava la presenza di ghiaccio sulla rotta, tuttavia non diede eccessivo peso alla cosa.
Giudicò sufficiente cambiare la rotta però mantenendo la velocità al massimo in modo di arrivare a New York con un giorno di anticipo.
Più tardi arrivò un altro messaggio di segnalazione iceberg e nel pomeriggio un nuovo avviso. Inspiegabilmente entrambi non giunsero al ponte di comando poiché i marconisti, impegnati nell’invio dei numerosi messaggi privati da parte dei passeggeri, non li consegnarono.
Un atteggiamento di leggerezza e di eccessiva sicurezza si era impadronito di tutto l’equipaggio così che, quando le vedette videro l’iceberg, la nave viaggiava a una velocità troppo elevata affinché potesse riuscire a rallentare nel tempo giusto per evitare l’impatto con il ghiaccio.
La collisione non fu avvertita in maniera significativa. Solo coloro che si trovavano sul ponte si accorsero della presenza dell’iceberg, pur senza rendersi conto della gravità dell’evento.
I passeggeri tendevano a considerare la faccenda come uno scherzo: se qualcuno aveva il salvagente, era preso in giro, altri esibivano blocchetti di ghiaccio come souvenir, mentre l’orchestra del Titanic suonava in un’atmosfera d’irreale serenità.
Così, nonostante il Titanic fosse dotato di scialuppe insufficienti per salvare tutti, le prime scialuppe furono calate in mare mezze vuote.
Quando la nave iniziò ad affondare, i passeggeri di prima e seconda classe ebbero un più facile accesso alle lance di salvataggio, mentre quelli di terza, intenzionalmente trascurati, ebbero notevoli difficoltà e solo in pochi si salvarono.

Al culmine di una drammatica crisi delle borse europee e un forte ampliamento del differenziale tra i tassi sui titoli italiani e quelli tedeschi (spread), la BCE scrisse una lettera segreta al governo italiano, dove segnalava la necessità di intraprendere misure, ritenute urgenti, per evitare il collasso del paese.
Al messaggio della BCE tuttavia non fu dato eccessivo peso. Si giudicò sufficiente cambiare il governo del paese senza però intaccare i privilegi delle caste, dei clan, dei sindacati e delle corporazioni.
Più tardi arrivarono altri segnali preoccupanti: il calo del Pil, la stagnazione dell’economia, la crescita del numero dei fallimenti e dei disoccupati e il nuovo massimo storico del debito pubblico, raggiunto nonostante la pressione fiscale fosse ormai da record.
Inspiegabilmente anche questi avvisi non furono presi in considerazione poiché i partiti erano impegnati, gli uni contro gli altri, nella campagna elettorale.
Un atteggiamento di leggerezza e di eccessiva sicurezza si era impadronito di tutta la classe politica, dirigente e dell’intero popolo italiano così che, quando servirono altri fondi per sostenere l’economia reale, il debito pubblico fu troppo elevato per evitare la situazione d’insolvenza.
Inizialmente il default non fu avvertito in maniera significativa. Solo i possessori dei titoli di Stato si trovarono impossibilitati a ritirarli, pur senza capire appieno la gravità dell’evento.
Gli italiani tendevano a considerare la faccenda come uno scherzo: se qualcuno nelle spese mostrava più sobrietà, era preso in giro, altri ostentavano il nuovo vestito alla moda o la borsa firmata, mentre la televisione trasmetteva in un’atmosfera d’irreale serenità. Così, nonostante l’Italia disponesse ancora di risorse, le prime furono sciupate per cose futili.
Quando la nave Italia iniziò a fare acqua da ogni parte e affondare, gli italiani di prima e seconda classe ebbero vita più facile, mentre quelli di terza, intenzionalmente trascurati, ebbero notevoli difficoltà e solo in pochi si salvarono.

G. D’Angelo